La vitamina D ha un ruolo nella prevenzione della demenza?


A livello globale, si stima che convivano con la demenza più di 50 milioni di persone, numero che sarà quasi triplicato entro il 2050.  Poiché ad oggi non sono stati identificati farmaci efficaci nel bloccare o invertire il trend, il mondo scientifico si è concentrato sullo studio di fattori di rischio che potrebbero avere un ruolo nella comparsa e nell’evoluzione della malattia. Un fattore di rischio “modificabile”, molto diffuso nella popolazione, è rappresentato dalla carenza di vitamina D: nel mondo, circa un miliardo di persone soffrirebbe di tale deficit.

In riferimento alla demenza, è dimostrato che la vitamina D partecipa all’eliminazione di aggregati di amiloide-beta (Aβ), composti che rappresentano il tratto distintivo della malattia di Alzheimer (AD); fornisce, inoltre, neuroprotezione contro il danno indotto da tali aggregati nei confronti di Tau, proteina indispensabile per il buon funzionamento dei neuroni cerebrali. Bassi livelli sierici di vitamina D sono associati a un maggior rischio di demenza e di AD; tuttavia, il ruolo protettivo della supplementazione è tutt’ora oggetto di dibattito, e l’efficacia non completamente definita.

Ricerche su questo tema hanno portato a risultati contrastanti: alcuni studi avrebbero dimostrato che la vitamina D migliora la funzione cognitiva, mentre altri non confermerebbero tale effetto.  Per quanto riguarda la prevenzione della demenza di Alzheimer, una recente revisione sistematica avrebbe concluso che al momento le prove sono insufficienti per raccomandarne l’uso: gli autori chiamano in causa il tipo di formulazione somministrata (ergocalciferolo, colecalciferolo, e combinazione Ca-vitamina D), la variabilità del dosaggio e il fatto che il campione di pazienti studiati fosse poco numeroso e con follow up troppo breve. 

Per trovare risposte a risultati così contrastanti, Maryam Ghahremani e coll. hanno voluto valutare, attraverso uno studio longitudinale in anziani senza demenza, se l’integrazione nella dieta di Vitamina D avesse un ruolo nel prevenire la comparsa della malattia. I dati utilizzati nello studio sono stati ottenuti dal database NAAC (National Alzheimer’s Coordinating Center), centro che raccoglie più di 40 gruppi di ricerca sulla malattia di Alzheimer. Lo studio ha preso in considerazione il periodo 2005- 2021 e ha interessato 12.388 anziani. Nella ricerca si è tenuto conto di variabili demografiche, cliniche, comportamentali e genetiche e si è indagato sugli effetti di tre differenti formulazioni di vitamina D: ergocalciferolo, colecalciferolo, e combinazione Ca-vitamina D.

Quali sono stati i risultati?

I soggetti sono stati suddivisi in due gruppi D+ e D-, a seconda che fossero stati esposti o meno a Vitamina D. Si è osservato che:

  • nell’arco dei 5 anni da inizio studio, la sopravvivenza libera da malattia è risultata significativamente maggiore nei soggetti D+ (83%) rispetto ai D- (68%) e che, nei successivi 5 anni, la progressione verso la demenza è stata maggiore tra i D- (74%) rispetto ai D+ (25%)
  • non si sono riscontrate differenze sull’effetto protettivo tra le tre diverse formulazioni  
  • l’incidenza di demenza, in rapporto a variabili quali sesso, diagnosi cognitiva a inizio studio, e stato APOE ε4, risulta inferiore in femmine rispetto a maschi, in soggetti che in fase iniziale non presentavano deficit cognitivo rispetto a soggetti con lieve deficit cognitivo, e in non portatori di APOE ε4, rispetto a portatori.

Quali sono i limiti della ricerca?

Nonostante i risultati incoraggianti, gli Autori ritengono che debbano essere approfonditi aspetti non emersi attraverso la sola indagine sul database.

In particolare:

  • Mancano dati precisi sulla durata di esposizione alla vitamina D, né sono disponibili dati su dosaggio o su livelli ematici basali: non è pertanto noto se l’incidenza di demenza differisse in base al dosaggio o alla carenza. È dimostrato che, in soggetti con carenza, dosi elevate di vitamina D o maggior assunzione si correlano a miglioramento cognitivo e a rischio inferiore di evoluzione verso la demenza. Futuri studi dovrebbero prendere in considerazione sia il dosaggio dell’integratore che il controllo dei livelli sierici: la relazione dose-risposta è cruciale nella pianificazione di un intervento
  • Non si è tenuto conto dell’esposizione ad altri integratori presenti in prodotti del commercio che contengono vitamina D e che potrebbero aver contribuito alla riduzione del rischio di demenza
  • Manca il dato sull’esposizione alla luce solare dei partecipanti; poiché questa è la fonte naturale più importante di vitamina D, rappresenta un importante limite dello studio
  • Non sono rilevabili dati sullo Stato Socio Economico (SES) dei partecipanti: soggetti con SES più elevato potrebbero essere stati più propensi ad assumere integratori vitaminici. Vi sono studi che hanno dimostrato come bassi livelli di istruzione e di SES siano associati a invecchiamento biologico accelerato, a più rapido declino della memoria e a rischio sostanzialmente maggiore di demenza.

In conclusione, nonostante i dichiarati limiti lo studio dimostrerebbe che la vitamina D può avere un ruolo nella prevenzione della demenza e può essere di supporto in individui a rischio di Alzheimer.

Lo studio fornisce anche importanti informazioni su come condurre future ricerche sull’argomento: il reclutamento dei partecipanti dovrebbe tenere conto di differenze di sesso, razza, SES, esposizione al sole, stato cognitivo basale e genotipo APOE.  Inoltre, maggiori informazioni su dosaggio e livelli basali di vitamina D permetterebbero di meglio definire la dose efficace e, di conseguenza, anche il trattamento più appropriato per la popolazione target.

Riferimenti