La malattia Herpes Zoster
Dopo che una persona ha contratto la varicella (solitamente durante l’infanzia), il virus della varicella-herpes-zoster (HZV), responsabile della malattia, rimane latente nei gangli sensitivi delle radici nervose dorsali. Da qui può riattivarsi a distanza di anni o decenni, causando la malattia herpes zoster, popolarmente nota come “fuoco di Sant’Antonio”, che consiste in un’eruzione cutanea molto dolorosa con vescicole, disposta lungo il percorso del nervo colpito. Il liquido contenuto nelle vescicole è infettivo e può causare la varicella in persone non immuni. La fase acuta del dolore può essere seguita da un lungo periodo di nevralgia post-erpetica, caratterizzata da dolore, parestesie, fastidi che persistono per mesi o addirittura anni dopo la guarigione dal rash cutaneo primitivo. I disturbi sono tali da peggiorare la qualità di vita e interferire con le attività quotidiane di chi ne è affetto. La probabilità della riattivazione del virus latente aumenta con l’età, così come la nevralgia post-erpetica è più comune negli anziani. Il trattamento delle sequele è incerto, e l’unica arma certamente efficace è la prevenzione tramite vaccinazione anti-HZV.
Vaccinazione anti-HZV e demenza
Da studi recenti, sia retrospettivi che trial attuali, su alti numeri di soggetti anziani da 65 a 80 anni ed oltre, sta emergendo l’evidenza che il vaccino è efficace non solo nel prevenire l’infezione o nel limitarne la gravità, ma può recare beneficio a molteplici altri sistemi biologici. Lo studio del 2024 che ha dato il via a numerose ricerche mirate è quello che lo indica come protettivo contro la demenza. La vaccinazione farebbe diminuire di circa 20% la probabilità di ricevere una diagnosi di demenza nei 7-9 anni successivi alla vaccinazione. Questo non succede con altri vaccini raccomandati nell’anziano. Successivamente, uno studio di follow up pubblicato nel 2025 riporta benefici anche per soggetti che hanno già demenza, nei quali rallenterebbe la progressione della malattia.
Questo è quanto è stato osservato, ma il legame causa-effetto non è stato provato: come pure il meccanismo col quale il vaccino esplica la sua funzione positiva è tutto da indagare.
Età cronologica ed età biologica
Quando si pensa all’invecchiamento, ci si focalizza sull’età cronologica della persona, cioè sul numero di anni scanditi dal compleanno. Tuttavia, poiché la vita media continua ad allungarsi, diventa cruciale la domanda: la vita lunga è una vita buona, che vale la pena di esser vissuta? Certamente non è sempre così, perché l’età cronologica non sempre va di pari passo con quella biologica che è definita dallo stato di salute e funzionalità del corpo a livello molecolare. Può capitare che l’età biologica progredisca più lentamente di quella cronologica: il soggetto si mantiene in buona salute, o almeno tiene sotto controllo le eventuali malattie croniche, non patisce limitazioni delle funzioni fisiche e delle capacità cognitive della mente. In parole povere, è più giovane della sua età in anni. Il contrario, se progredisce più velocemente: il soggetto subisce i danni da malattie croniche mal controllate e ingravescenti, diete incongrue, stress fisici e psichici, fumo, alcol ecc. Per rallentare l’invecchiamento biologico, cioè per prolungare gli anni che le persone vivono in condizioni fisiche e cognitive migliori, bisogna intervenire presto, prima che la persona sviluppi patologie e disabilità, identificando preventivamente dei fattori sui quali si possa intervenire (diagnosi precoci, stato nutrizionale, abitudini di vita, fattori ambientali..).
Farmaci anti-invecchiamento
Negli ultimi anni poi, gli scienziati stanno indagando un’ampia varietà di farmaci potenzialmente utili per rallentare l’invecchiamento; tra questi, l’antidiabetico metformina, l’immunosoppressore rapamicina e l’antipertensivo rilmenidina. Anche il vaccino anti-HZV è tra questi “farmaci”: uno studio del 2025, riporta che, nella popolazione anziana indagata, chi aveva ricevuto il vaccino mostrava in media un rallentamento generale dell’età biologica in confronto a chi non era stato vaccinato. Si tratta di uno studio osservazionale, e nulla si dice sul meccanismo di azione. Una possibile spiegazione può essere che, prevenendo la riattivazione del HZV, il vaccino riduca l’infiammazione di basso grado ma cronica, che è uno dei fattori causali dell’invecchiamento. La vaccinazione HZV potrebbe anche influenzare l’immuno-regolazione e l’espressione genica in modi che favoriscono l’invecchiamento salutare. Questi risultati mettono in evidenza che un vaccino che agisce sull’immunità può avere effetti anche sui processi biologici alla base della sfaccettata biologia dell’invecchiamento.
La ricerca futura dovrà seguire nel tempo dei soggetti vaccinati, per capire meglio il rapporto causa-effetto ed esplorare se eventuali cambiamenti a livello molecolare dell’età biologica si traducano in miglioramenti effettivi della salute, come diminuzione della mortalità e/o del declino cognitivo.
Riferimenti
S.Shah, et al. Herpes zoster vaccination and the risk of dementia: A systematic review and meta‐analysis. Brain Behav. 5 feb 2024;14(2) pag. 3415. https://doi.org/10.1002/brb3.3415
M. Xie, et al. The effect of shingles vaccination at different stages of the dementia disease course Cell. 11 dic 2025;188(25), pag.7049. https://doi.org/10.1016/j.cell.2025.11.007
Jung Ki Kim, Eileen M. Crimmins. Association between shingles vaccination and slower biological aging: Evidence from a U.S. population-based cohort study. 20 gen 2026. The Journals of Gerontology: Series A, glag008, https://doi.org/10.1093/gerona/glag008
Immagine da: https://freepik.com
