Quale sarà la sfida più importante del 2026? Il cambiamento climatico? L’Intelligenza Artificiale? Le pandemie? Le malattie croniche? Questi sono fattori che influenzano costantemente la salute e la medicina. Ma là dove ci sono guerre, queste condizionano in modo determinante la salute dei popoli e il funzionamento dei sistemi sanitari. Il peso dei conflitti armati e della violenza è particolarmente elevato nel mondo e i suoi effetti vanno ben aldilà dei campi di battaglia, tanto che i danni nelle zone di guerra e negli insediamenti civili sembrano diventare normalità. Il conflitto è troppo spesso trattato come un fattore esterno alla sanità, ma in realtà irrompe in qualunque suo importante aspetto, modificando i rischi, le risposte e bloccando ogni possibilità di progresso.
I dati più recenti secondo il database di Uppsala (Uppsala Conflict Data Program) dicono che nel 2024 erano in corso nel mondo 61 conflitti. Molti sono continuati nel 2025 e continueranno nel 2026. La guerra in Ucraina, Gaza e Sudan continua ad avere altissimi costi umanitari e sanitari, mentre le crisi mai risolte (e di cui sovente si parla meno del necessario) in Congo, nella regione del Sahel, ad Haiti e in Myanmar hanno causato migrazioni di massa, scarsità di cibo e crollo dei servizi essenziali. Molti di questi conflitti si trascinano per immobilità politica; altri vanno incontro ad una escalation. La violenza non è più episodica o confinata in aree specifiche ma globale e ridefinisce in modo strutturale la sanità destabilizzando le istituzioni, indebolendo la governance e la capacità di sostenere il miglioramento delle condizioni di salute della popolazione. L’impatto diretto è devastante: spostamenti di massa, fame, povertà e interruzione prolungata delle cure per i malati cronici, le donne in gravidanza, le madri e i bambini.
In Ucraina sono stati documentati più di 2000 attacchi a strutture sanitarie a partire dal 2022, che hanno sostanzialmente messo fuori gioco i servizi di emergenza, il trattamento delle malattie croniche e del cancro, contribuendo a un diffuso deterioramento della salute fisica e mentale degli abitanti. In Sudan la WHO ha registrato più di 200 attacchi a strutture e operatori sanitari dal 2023, causando 1900 morti tra civili e personale sanitario e ostacolando pesantemente l’accesso agli aiuti umanitari. Nei territori occupati della Palestina le continue ostilità hanno portato al collasso dei servizi essenziali, all’incertezza diffusa sul modo di procurarsi il cibo e ripetuti attacchi ai fornitori di aiuti.
I conflitti rendono anche difficile la gestione corretta di quel che rimane della sanità limitando l’accesso ai dati, politicizzando i controlli, ostacolando la ricerca scientifica indipendente e indebolendo le istituzioni che sostengono la salute pubblica. Quando l’informazione sulla salute è tenuta nascosta o distorta o trattata come un’arma di controllo politico invece che come un bene pubblico, è chiaro che si toglie il terreno sotto i piedi ad eguaglianza, responsabilità, competenza, monitoraggio dell’ambiente e del clima e alla fornitura di servizi essenziali che rimangono senza disponibilità e coordinamento.
La sfida per la salute nel 2026 non è solo rappresentata dalla persistenza delle guerre in atto, ma anche dal rischio crescente di escalation e di conflitti derivati, fomentati dalla instabilità politica e dalle tensioni economiche. I sistemi sanitari, già fragili, dovranno subire un carico maggiore dovuto al cambiamento climatico, alla scarsità d’acqua, all’insicurezza del cibo che si faranno sentire di più in mezzo alla violenza, alle migrazioni, all’impossibilità di recupero. Tali pressioni non restano confinate ai luoghi di guerra: la compromissione delle linee di rifornimento, i movimenti delle popolazioni e l’insicurezza di certe aree fanno sì che nessun sistema sanitario possa restare isolato dagli effetti della violenza in altri territori.
L’autorità politica per porre fine alle guerre risiede nei governi, ma la comunità sanitaria ha una specifica responsabilità: quella di documentare i danni indotti dalla guerra, reclamare come prioritaria la protezione dell’integrità dei sistemi sanitari e della popolazione civile e fare in modo che la guerra sia riconosciuta e trattata come una determinante critica dello stato di salute dei popoli.
Il diritto alla salute è stato affermato nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani ed è costitutiva delle priorità contemporanee della WHO. Non c’è alcuna strada per renderlo reale che passi attraverso un conflitto perpetuo. Rispondere alle necessità sanitarie causate dalla guerra è necessario, ma non basta certo per costruire, controllare e migliorare nel tempo un sistema sanitario. Questo non si può fare in una condizione di persistente incertezza. La pace non è un accessorio della salute, è un fondamento.
Riferimenti
Editorial. No Health without Peace. The Lancet, January 03, 2026. https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(25)02596-6/fulltext
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