Immaginiamo una persona che voglia sapere se un vaccino è sicuro, se un farmaco è davvero efficace o quale alimentazione possa proteggerla dalle malattie. Cerca informazioni su Internet, consulta i social media, ascolta il parere di amici e conoscenti. In poco tempo trova risposte molto diverse, talvolta contraddittorie. Alcune provengono da istituzioni scientifiche, altre da persone senza competenze specifiche, ma tutte possono apparire ugualmente convincenti.
Come distinguere ciò che è scientificamente dimostrato da ciò che è falso o ingannevole? E soprattutto, di chi possiamo fidarci?
È da queste domande che prende avvio una riflessione pubblicata su The Lancet Public Health da Ilona Kickbusch, esperta internazionale di salute pubblica. Secondo l’autrice, stiamo attraversando una crisi epistemica, cioè una crisi che riguarda non tanto la disponibilità di conoscenze scientifiche, quanto la loro credibilità, il riconoscimento della loro autorevolezza e la possibilità di utilizzarle per prendere decisioni condivise.
Oggi disponiamo di più ricerche e dati sanitari che in qualsiasi altra epoca. Eppure, questa abbondanza di informazioni non sempre si traduce in maggiore fiducia nella scienza e in comportamenti favorevoli alla salute.
Il dubbio scientifico può essere costruito intenzionalmente
La scienza progredisce attraverso il confronto, la verifica dei risultati e la revisione delle conoscenze. Il dubbio è quindi parte essenziale del metodo scientifico. Il problema nasce quando viene creato o amplificato intenzionalmente per difendere interessi economici o politici.
È accaduto, per esempio, con l’industria del tabacco: per decenni sono stati alimentati dubbi sui danni del fumo, nonostante prove scientifiche sempre più solide. Strategie analoghe sono state utilizzate in altri settori, tra cui alimentazione e farmaci.
La pandemia da COVID-19 ha mostrato quanto queste dinamiche possano essere pericolose. Accanto alla diffusione del virus si è verificata una infodemia, cioè una circolazione incontrollata di informazioni, comprese notizie false o fuorvianti. La sfiducia nelle istituzioni è stata associata, in alcune popolazioni, a una maggiore mortalità, anche se le relazioni tra questi fenomeni sono complesse.
Quando il dubbio viene usato per screditare risultati scientifici consolidati, può ritardare interventi di prevenzione e compromettere la salute collettiva.
Non tutte le persone hanno la stessa possibilità di essere ascoltate
Un secondo problema riguarda chi produce le conoscenze scientifiche e quali esperienze vengono considerate importanti.
Gran parte della ricerca sanitaria internazionale è guidata da istituzioni dei Paesi economicamente più ricchi. Le popolazioni con minori risorse possono contribuire fornendo dati, senza però partecipare in modo adeguato alla scelta delle domande di ricerca, all’interpretazione dei risultati e alle decisioni successive.
Questa situazione viene definita ingiustizia epistemica: alcune persone o comunità vedono svalutate le proprie conoscenze a causa della loro origine, del genere, della condizione sociale o di altri pregiudizi.
Il problema riguarda anche l’assistenza sanitaria quotidiana. Il dolore riferito da una donna può essere sottovalutato; le difficoltà di una persona migrante possono non essere comprese; le esperienze di una comunità possono essere ignorate nella programmazione dei servizi.
Non significa mettere sullo stesso piano opinioni personali e prove scientifiche. Significa riconoscere che le esperienze delle persone costituiscono informazioni importanti per formulare domande appropriate, comprendere i bisogni e rendere più efficaci gli interventi sanitari.
Social media: quando la visibilità conta più dell’affidabilità
Le piattaforme digitali selezionano i contenuti anche attraverso algoritmi progettati per mantenere elevata l’attenzione degli utenti. Le notizie che suscitano paura, indignazione o confermano convinzioni già esistenti possono ottenere maggiore visibilità rispetto a spiegazioni scientifiche accurate ma meno coinvolgenti.
Di conseguenza, persone diverse ricevono informazioni differenti sullo stesso problema sanitario. Si formano ambienti informativi nei quali ciascuno incontra soprattutto messaggi coerenti con le proprie idee.
Il rischio non consiste soltanto nella diffusione di notizie false. Viene progressivamente meno una base comune di conoscenze sulla quale discutere e prendere decisioni collettive.
Intelligenza artificiale: grandi opportunità, ma anche nuove disuguaglianze
L’intelligenza artificiale offre importanti possibilità per la diagnosi, la previsione dei rischi e l’organizzazione dei servizi sanitari. Tuttavia, la sua affidabilità dipende anche dalla qualità e dalla rappresentatività dei dati utilizzati per svilupparla.
Se un sistema viene addestrato prevalentemente su dati provenienti da popolazioni europee o nordamericane, potrebbe funzionare meno bene per gruppi poco rappresentati. Differenze di accuratezza sono già state documentate in applicazioni relative alla dermatologia, all’oftalmologia e alla valutazione del rischio cardiovascolare.
Si parla di povertà di dati sanitari quando alcune popolazioni sono scarsamente rappresentate nelle informazioni utilizzate per sviluppare questi strumenti.
Il problema non riguarda soltanto la tecnologia, ma anche chi controlla i dati, decide come interpretarli e stabilisce quali conoscenze siano considerate valide.
Come ricostruire la fiducia nella salute pubblica?
Secondo Kickbusch, non è sufficiente contrastare le singole notizie false. Occorre intervenire sulle condizioni che favoriscono la disinformazione e le disuguaglianze nella produzione delle conoscenze.
Servono maggiore trasparenza sugli interessi economici, responsabilità delle piattaforme digitali, sistemi di intelligenza artificiale controllabili e rappresentativi delle diverse popolazioni.
È inoltre necessario coinvolgere concretamente le comunità nelle decisioni che riguardano la salute. Le persone non devono essere considerate soltanto destinatarie di raccomandazioni, ma interlocutori capaci di contribuire alla comprensione dei problemi e alla ricerca di soluzioni.
Questo principio richiama la Carta di Ottawa del 1986, che riconosce nella partecipazione e nella capacità delle comunità di agire sulla propria salute elementi fondamentali della promozione della salute.
Una responsabilità che riguarda tutti
La crisi descritta dall’autrice non mette in discussione il valore del metodo scientifico. Al contrario, evidenzia quanto sia importante proteggerlo da manipolazioni, pregiudizi e interessi che possono compromettere la fiducia dei cittadini.
Per il singolo cittadino, questo significa imparare a riconoscere fonti affidabili, distinguere i risultati scientifici dalle opinioni e chiedere chiarimenti quando le informazioni sono contraddittorie.
Per gli operatori sanitari significa comunicare con chiarezza, riconoscere le incertezze quando esistono e ascoltare le esperienze delle persone senza rinunciare al rigore scientifico.
Per le istituzioni significa garantire trasparenza, indipendenza e partecipazione.
La salute pubblica non dipende soltanto da ciò che la scienza conosce, ma anche dalla possibilità che quelle conoscenze siano comprese, riconosciute come affidabili e trasformate in azioni condivise.
Difendere questa possibilità è una delle principali sfide per la prevenzione nei prossimi anni.
Riferimenti
Kickbusch I. The epistemic crisis as the defining challenge of public health: knowledge, power, and the politics of truth. The Lancet Public Health, November 2026. https://www.thelancet.com/journals/lanpub/article/PIIS2468-2667(26)00188-X/fulltext. https://www.doi.org/10.1016/S2468-2667(26)00188-X
Immagine generata con OpenAI
