2026/08/01. Intelligenza artificiale e medicina: il medico del futuro sarà ancora accanto al paziente?


L’intelligenza artificiale sta entrando rapidamente negli ospedali, negli ambulatori e negli studi medici. È già in grado di organizzare grandi quantità di dati, riassumere cartelle cliniche, interpretare immagini, proporre possibili diagnosi e suggerire trattamenti sulla base delle evidenze scientifiche. In diversi test standardizzati, alcuni sistemi hanno raggiunto risultati paragonabili, e talvolta superiori, a quelli ottenuti dai medici.

Si tratta di un progresso importante. Un’intelligenza artificiale utilizzata correttamente può ridurre alcuni errori, velocizzare le attività ripetitive e rendere disponibili competenze specialistiche anche nei territori in cui mancano professionisti esperti. Può inoltre aiutare il medico a individuare informazioni che rischiano di perdersi tra esami, referti, diagnosi e terapie.

La tecnologia, tuttavia, non è automaticamente accessibile a tutti. Le persone con minori competenze digitali, con difficoltà linguistiche, con un basso livello di alfabetizzazione sanitaria o con condizioni economiche e sociali sfavorevoli possono incontrare nuovi ostacoli. Anche per questo ASPIC ODV promuove attività di prevenzione rivolte in particolare alle persone più vulnerabili, attraverso incontri formativi, materiali informativi comprensibili e un infopoint nel quale ogni persona può ricevere indicazioni personalizzate sulle azioni utili per proteggere la propria salute. L’obiettivo non è soltanto diffondere informazioni scientificamente corrette, ma contribuire a ridurre le disuguaglianze nell’accesso alla prevenzione e ai servizi sanitari.

Accanto alle opportunità offerte dall’intelligenza artificiale esiste infatti un rischio: che il paziente diventi soprattutto un insieme di dati visualizzati su uno schermo e che, insieme a lui, anche il medico si trasformi in una presenza prevalentemente digitale.

Gli autori di un articolo pubblicato su JAMA immaginano un ospedale nel quale il medico controlla una piattaforma elettronica, legge i problemi identificati dall’intelligenza artificiale, modifica i programmi di cura e firma le prescrizioni. I colloqui possono avvenire in videochiamata e un solo professionista può seguire molti più pazienti. Dal punto di vista organizzativo sembra un grande aumento di efficienza. Dal punto di vista umano, però, la cura rischia di diventare distante e impersonale.

Una visita non è soltanto una raccolta di dati. Osservare come una persona cammina, parla o reagisce alle domande può fornire informazioni che difficilmente entrano in una cartella elettronica. Durante un collegamento a distanza possono sfuggire un tremore, un cambiamento del comportamento, una difficoltà nei movimenti, una lesione della pelle o altri segni visibili soltanto con un esame diretto.

Anche il contatto fisico ha un valore che va oltre la diagnosi. Ascoltare il cuore e i polmoni, palpare l’addome o avvicinarsi al letto del malato sono gesti che comunicano attenzione. La visita medica è un incontro nel quale il paziente affida il proprio corpo, le proprie paure e parte della propria storia a un professionista. Se eseguita con competenza e rispetto, rafforza la fiducia e facilita le decisioni condivise.

L’intelligenza artificiale conosce invece il paziente soprattutto attraverso ciò che è stato registrato: analisi, immagini, diagnosi, prescrizioni e testi della cartella clinica. Può elaborare queste informazioni con enorme rapidità, ma non incontra direttamente la persona. Inoltre, i sistemi imparano dai dati prodotti dagli esseri umani e possono riprodurre errori, pregiudizi o disuguaglianze già presenti nella pratica sanitaria.

Il punto non è scegliere tra tecnologia e relazione. L’intelligenza artificiale può diventare uno strumento prezioso, ma dovrebbe sostenere il lavoro del medico, non sostituire la presenza umana. Il tempo risparmiato grazie all’automazione non dovrebbe servire soltanto ad aumentare il numero delle visite o a produrre altri documenti digitali. Dovrebbe essere restituito al colloquio, all’ascolto e all’esame del paziente.

Le decisioni cliniche non dipendono esclusivamente da percentuali e linee guida. Contano anche le condizioni familiari e sociali, le preferenze personali, la capacità di affrontare una terapia, le paure e gli obiettivi di vita. Di fronte all’incertezza, una persona non cerca soltanto una risposta tecnicamente corretta: cerca qualcuno che sappia spiegare, assumersi una responsabilità, offrire rassicurazione e restare presente anche quando non esiste una soluzione semplice.

La vera sfida della medicina futura sarà utilizzare strumenti sempre più potenti senza perdere ciò che rende la cura autenticamente umana e senza lasciare indietro le persone più fragili. L’intelligenza artificiale può analizzare milioni di dati, ma non può sostituire una sedia avvicinata al letto, una mano sul polso, uno sguardo attento o la capacità di accompagnare una persona nella malattia.

Il medico del futuro potrà essere aiutato da un “medico virtuale”. Ma dovrà continuare a essere, prima di tutto, un essere umano accanto a un altro essere umano.

David I. Rosenthal, Abraham Verghese. The iPatientMeets the iDoctor. JAMA, July 27, 2026. doi: 10.1001/jama.2026.13582. https://jamanetwork.com/journals/jama/article-abstract/2852129

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