Un enigma scientifico ancora aperto
A oltre cinque anni dall’inizio della pandemia di COVID-19, una domanda rimane ancora senza risposta definitiva: da dove è realmente emerso il virus SARS-CoV-2? Comprendere l’origine di una pandemia non è soltanto una questione storica o accademica: ricostruire il percorso che ha portato un virus a infettare l’uomo è fondamentale per prevenire nuove epidemie e migliorare i sistemi di sorveglianza sanitaria.
La comunità scientifica internazionale ha discusso principalmente due grandi ipotesi. La prima sostiene che il virus sia nato attraverso un salto di specie (spillover zoonotico), cioè il passaggio da un animale all’uomo, probabilmente attraverso una specie intermedia. La seconda ipotesi suggerisce la possibilità di un incidente di laboratorio, cioè una fuoriuscita accidentale del virus da un Centro di ricerca che stava studiando coronavirus simili.
Una terza ipotesi, sostenuta soprattutto da alcune fonti ufficiali cinesi, propone che il virus possa essere arrivato a Wuhan dall’estero, ad esempio attraverso alimenti congelati contaminati o viaggiatori infetti. Tuttavia questa spiegazione ha trovato poco consenso tra gli scienziati internazionali, perché mancano evidenze epidemiologiche che dimostrino una diffusione significativa del virus in altri Paesi prima dei primi casi osservati a Wuhan.
Nonostante migliaia di studi pubblicati, la risposta definitiva non è ancora stata raggiunta. Ciò dipende sia dalla complessità biologica del problema, sia da difficoltà di accesso a dati che potrebbero chiarire le prime fasi dell’epidemia.
Il mercato di Wuhan e l’ipotesi dello spillover animale
Uno degli elementi più studiati riguarda il mercato all’ingrosso di Huanan, a Wuhan. Alla fine di dicembre 2019 le Autorità sanitarie cinesi segnalarono un gruppo di casi di polmonite atipica collegati proprio a questo mercato, che vendeva pesce, prodotti alimentari e anche animali selvatici.
Successive analisi epidemiologiche e genetiche hanno mostrato che molti dei primi casi di COVID-19 erano geograficamente concentrati attorno al mercato. Campioni ambientali raccolti sul posto hanno inoltre evidenziato la presenza del virus su superfici, pavimenti e sistemi di drenaggio.
Diversi studi suggeriscono che nel mercato fossero venduti mammiferi vivi suscettibili ai coronavirus, tra cui zibetti e cani procione, specie già note per avere un ruolo nella trasmissione di altri coronavirus agli esseri umani. In alcune analisi genetiche di campioni ambientali raccolti nel mercato sono stati trovati contemporaneamente materiale genetico del virus e DNA di questi animali, un indizio che suggerisce – anche se non dimostra – la presenza di animali infetti.
Tuttavia mancano prove definitive. Le indagini ufficiali cinesi hanno dichiarato che i campioni di animali raccolti nei mercati dopo la chiusura del sito risultavano negativi al virus. Inoltre, non è sempre possibile stabilire se la contaminazione ambientale sia stata causata da animali infetti oppure da persone già contagiate.
Il dibattito scientifico quindi rimane aperto: il mercato potrebbe essere stato il luogo dove il virus è passato per la prima volta all’uomo, oppure semplicemente il punto in cui un’infezione già presente nella popolazione ha trovato condizioni ideali per diffondersi rapidamente.
Studi sui pipistrelli e dati apparentemente contraddittori
I coronavirus più simili a SARS-CoV-2 sono stati trovati in pipistrelli dell’Asia orientale e sud-orientale, il che rende plausibile un’origine animale del virus. Per questo motivo, negli ultimi anni sono stati condotti numerosi studi per identificare virus correlati nelle popolazioni di pipistrelli.
Un ampio studio cinese ha analizzato oltre 17.000 pipistrelli in diverse regioni del Paese senza trovare virus strettamente correlati a SARS-CoV-2. Gli autori hanno suggerito che tali virus siano rari in Cina e che le ricerche dovrebbero concentrarsi in altri Paesi dell’Asia sud-orientale.
Questi risultati hanno però suscitato perplessità tra alcuni ricercatori. In studi precedenti, condotti in aree più limitate della provincia dello Yunnan, erano stati infatti identificati diversi coronavirus geneticamente simili a SARS-CoV-2. Alcuni scienziati ritengono quindi che la divergenza tra i risultati dei vari studi debba essere meglio spiegata.
Un ulteriore elemento di incertezza riguarda il fatto che molti ricercatori stranieri segnalano difficoltà nell’accesso ai dati e ai campioni raccolti in Cina, oltre alla crescente sensibilizzazione politica del tema. Questa situazione ha reso più difficile verificare e confrontare i risultati delle diverse indagini.
Dati mancanti e nuove ipotesi: il caso delle mappe del mercato
Un elemento recente che ha riacceso il dibattito riguarda un vecchio post anonimo pubblicato nel 2021 sul social network cinese WeChat. Il messaggio sosteneva una teoria poco credibile, secondo cui il virus sarebbe arrivato in Cina attraverso aragoste congelate provenienti dagli Stati Uniti. Questa ipotesi è stata rapidamente respinta dalla maggior parte degli scienziati.
Tuttavia, il post conteneva mappe molto dettagliate del mercato di Huanan, con indicazioni su specifici banchi di vendita, campioni ambientali positivi e possibili infezioni tra i commercianti. Analizzando queste mappe, alcuni ricercatori hanno notato che diversi dettagli coincidevano con dati pubblicati solo successivamente in studi ufficiali.
In particolare le mappe indicavano la presenza di venditori con anticorpi contro SARS-CoV-2 e di campioni animali positivi al virus in uno specifico banco del mercato. Se queste informazioni fossero autentiche, suggerirebbero che esistano dati epidemiologici non ancora resi pubblici.
Naturalmente queste indicazioni non costituiscono una prova definitiva. Anche se animali infetti fossero stati presenti nel mercato, non sarebbe comunque possibile stabilire con certezza se il virus sia passato dagli animali all’uomo oppure se siano stati gli esseri umani a contaminare l’ambiente e gli animali.
Molti esperti concordano tuttavia su un punto: senza l’accesso completo ai dati raccolti nelle prime settimane dell’epidemia, sarà difficile ricostruire con precisione gli eventi iniziali.
Un puzzle scientifico ancora incompleto
Oggi la maggior parte degli studi disponibili suggerisce che il COVID-19 abbia probabilmente avuto un’origine naturale, come è accaduto per altre epidemie da coronavirus. Tuttavia restano ancora diversi pezzi mancanti del puzzle: l’identificazione dell’animale intermedio, la ricostruzione esatta delle prime infezioni e l’analisi completa dei dati raccolti nei mercati e negli ospedali nelle fasi iniziali dell’epidemia.
Molti scienziati sottolineano che la trasparenza e la collaborazione internazionale sono essenziali per chiarire definitivamente l’origine della pandemia. Non si tratta di attribuire colpe, ma di comprendere meglio i meccanismi che permettono ai virus di emergere e diffondersi.
Solo attraverso un’indagine scientifica completa e condivisa sarà possibile trasformare questa grande crisi sanitaria globale in una fonte di conoscenza utile per prevenire le pandemie future.
Riferimenti
Jon Cohen. Anywhere but here. Science, 19 Aug 2022. https://www.science.org/content/article/pandemic-start-anywhere-but-here-argue-papers-chinese-scientists-echoing-party-line
Jon Cohen. A forgotten social media post may hold key clues to COVID-19’s origin forgotten. ScienceInsider 16 Mar 2026. doi: 10.1126/science.zt5212vhttps://www.science.org/content/article/forgotten-social-media-post-may-hold-key-clues-covid-19-s-origin
