I referti dei test di laboratorio.
Gli studi suggeriscono che circa 7 decisioni mediche su 10 si basano sui risultati degli esami di laboratorio. I valori misurati per i diversi analiti sono confrontati con valori “normali” o di riferimento, riportati sui referti a lato di ogni singolo risultato e generalmente con un segnale di attenzione (*,!, grassetto) per quelli che cadono fuori dell’intervallo. È essenziale capire come vengono determinati questi valori di confronto, vista la loro importanza. Diciamo subito che un intervallo di valori normali “esatti” esiste puramente in teoria. L’interpretazione dei risultati di laboratorio non è una lettura meccanica di numeri, ma richiede esperienza, considerazione del contesto, conoscenza delle condizioni del paziente e giudizio clinico attento.
Come i valori normali di un test di laboratorio andrebbero stabiliti
In linea di principio, ogni singolo laboratorio dovrebbe stabilire un suo intervallo di riferimento per ogni analita. Tale procedura richiederebbe la raccolta di campioni di sangue di almeno 120 soggetti in salute per gruppo demografico, per ottenere il 95% centrale della distribuzione come intervallo di riferimento. Quindi, per definizione, solo il 5% degli individui sani cade fuori dall’intervallo. In pratica però, la maggioranza dei laboratori questo non fa questo, ma adotta i valori normali dei manuali, o quelli dati dal produttore del metodo/strumento, o quelli riportati in letteratura aggiustati per le differenze strumento-specifiche. Le differenze tra i valori di riferimento dei diversi laboratori possono, in alcuni casi, essere sostanziali. Per esempio, uno studio del 2024 ha dimostrato che il valore della troponina I (un parametro critico per la definizione di infarto del miocardio) variava più del 400% tra diversi laboratori, secondo lo strumento e il metodo di determinazione.
Variazioni metodologiche e Standardizzazione
Certo, un’armonizzazione dei risultati di laboratori diversi sarebbe clinicamente molto utile e permetterebbe di rendere confrontabili i valori di un certo analita provenienti da qualunque laboratorio in tutte le parti del mondo. Inoltre, nel monitoraggio longitudinale di una patologia, la confrontabilità tra i valori si manterrebbe anche se le analisi successive non fossero fatte nello stesso laboratorio. La strada per realizzare la comparabilità tra i risultati di laboratorio passa per la standardizzazione. Si tratta – per ogni singolo analita – di calibrare tutte le procedure e i metodi analitici su uno standard primario, cioè un campione preparato secondo procedure strettamente codificate, contenente una concentrazione nota dell’analita e riconosciuto universalmente (standard internazionale). L’unità di misura peso/volume è sostituita dalle Unità Internazionali, I.U./volume, perché ci si riferisce a una scala comune di valori. È facile dedurre che i processi di standardizzazione dei risultati di laboratorio e, di conseguenza, dei valori di riferimento, sono lunghi, complessi e costosi, limitati da motivi anche commerciali. Ad oggi solo pochissimi analiti, precisamente il colesterolo, la creatinina e l’HbA1c, hanno conquistato una significativa standardizzazione. Per gli analiti per cui non esiste uno standard internazionale, le tecniche analitiche influenzano significativamente i risultati di laboratorio: ad esempio i valori dei gas nel sangue arterioso (O2, CO2) misurati in pronto soccorso possono differire di qualche punto da quelli misurati nel laboratorio centrale dello stesso ospedale, come i valori di glucosio ottenuti dai glucometri portatili sono notoriamente più bassi di quelli misurati in laboratorio.
La popolazione di riferimento
Molti valori di riferimento riportati dalla letteratura medica sono stati stabiliti in contesti di ricerca, su partecipanti che seguono una dieta varia e svolgono una vita routinaria “normale”. Quindi gli esami di laboratorio di individui sani che conducono una vita sportiva o seguono diete diverse (ad es. vegetariana) possono essere fuori range senza essere patologici. La fisiologia cambia nei vari stadi della vita, nel corso dell’infanzia, in gravidanza, lungo l’invecchiamento, soprattutto per quanto riguarda gli enzimi e gli ormoni. Naturalmente i valori di riferimento cambiano secondo l’età e il sesso. Un valore di emoglobina di 12 g/dL è considerato normale in una donna adulta, ma indicherebbe già un’anemia in un uomo adulto o in un neonato. I valori pediatrici cambiano per classi di età, quelli dei grandi anziani possono essere diversi da quelli degli adulti in generale, mentre quelli degli individui non binari/transgender sono tutti da stabilire. Sono state appurate anche differenze per etnicità: ad esempio, le concentrazioni di vitamina D sono mediamente più basse nei neri che nei bianchi. L’inclusione delle differenze etniche nei valori di riferimento è un problema complesso e socialmente sensibile.
Conclusioni
Gli esami di laboratorio sono indispensabili nella medicina moderna; tuttavia, la loro interpretazione richiede un giudizio clinico ponderato. I valori “normali” o di riferimento non sono costanti fisse che possono essere memorizzate: in realtà, valori veramente normali e relativi intervalli di riferimento esistono solo in teoria. Questo fatto non toglie nulla alla indubbia utilità degli intervalli di riferimento che leggiamo sui referti di laboratorio. Essi sono un valido orientamento per il medico, a patto che lui li legga come dinamici, inseriti nel contesto, nelle caratteristiche della popolazione, nelle specifiche modalità di vita, nell’anamnesi prossima e remota dei suoi pazienti, che lui conosce. Il medico curante deve quindi interpretare i risultati di laboratorio nel quadro dei reperti clinici piuttosto che utilizzare acriticamente il criterio “fuori/dentro” l’intervallo di riferimento.
Riferimenti
Paik Wolfgang. When Lab Reference Values May Mislead Clinicians. Translated from Univadis Germany, part of the Medscape Professional Network. Medscape News Europe, march 10, 2026.
https://www.medscape.com/viewarticle/when-lab-www-values-may-mislead-clinicians-2026a100079r?ecd=a2a
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