2025/11/25.Prevenire la violenza contro le donne: lezioni da un grande studio di comunità e riflessioni su ciò che funziona davvero


La violenza contro le donne rimane un problema globale profondo, radicato nelle relazioni di potere, nelle norme sociali e in fattori culturali che spesso impediscono alle vittime di parlarne e chiedere aiuto. Gli studi degli ultimi vent’anni mostrano che la prevenzione è possibile, ma richiede interventi complessi, multilivello e calibrati sui contesti locali. Il commento pubblicato su The Lancet Global Health riflette su un grande studio condotto a Mumbai, in cui un intervento comunitario di ampie dimensioni non ha ottenuto la riduzione attesa della violenza. L’apparente insuccesso diventa però una chiave per comprendere meglio quali strategie siano davvero necessarie.

Lo studio e i risultati
Il programma indiano aveva l’obiettivo di formare gruppi di donne affinché diventassero volontarie in grado di individuare casi di violenza, offrire supporto e creare consapevolezza all’interno della comunità. Accanto a questo, erano previste attività di sensibilizzazione rivolte a uomini e giovani, con modalità “leggere”, come incontri saltuari e materiali informativi. Nonostante la portata del progetto, dopo tre anni non si è osservata una riduzione significativa degli episodi di violenza. Questo risultato è in parte influenzato dal insufficiente denuncia, molto diffusa specie in contesti in cui la violenza domestica è normalizzata, ma soprattutto segnala una carenza strutturale del modello adottato.

Perché l’intervento non ha funzionato
La debolezza principale risiede nel fatto che il programma si è concentrato soprattutto sul sostegno alle vittime, senza affrontare in modo incisivo le radici della violenza. Le donne coinvolte come volontarie hanno ricevuto una formazione limitata, non sufficiente a favorire una trasformazione autentica delle loro convinzioni rispetto ai ruoli di genere e alle dinamiche familiari. Inoltre, il coinvolgimento degli uomini è stato superficiale: incontri saltuari, senza un percorso guidato e continuo, non sono in grado di modificare norme interiorizzate, come l’idea del controllo sulla partner o la legittimazione dell’autorità maschile. È mancato anche un monitoraggio capace di rilevare tempestivamente le criticità e modificare il percorso. Infine, la durata dell’intervento si è rivelata insufficiente: tre anni possono bastare a sensibilizzare, ma non a trasformare norme sociali profondamente radicate.

Gli interventi realmente necessari: una trasformazione multilivello
L’articolo identifica con precisione quale tipo di interventi sia indispensabile. La prevenzione della violenza richiede strategie profonde, sostenute e integrate. Non basta creare gruppi di donne: occorre un percorso trasformativo che includa momenti di riflessione critica sulle esperienze personali, sul ruolo delle norme di genere e sulle forme di potere nelle relazioni. Le attività efficaci sono quelle che alternano discussioni guidate, esercizi esperienziali, simulazioni di situazioni quotidiane, percorsi di rielaborazione dei modelli familiari e momenti di pratica che rafforzino l’autostima e la capacità di chiedere aiuto.

Allo stesso tempo, è essenziale un lavoro altrettanto intenso con gli uomini. Gli interventi efficaci per sviluppare modelli di mascolinità non violenta includono laboratori sull’autoregolazione emotiva, confronti strutturati su temi come gelosia, controllo e rispetto, momenti di condivisione delle storie individuali e attività che promuovano la corresponsabilità nelle cure familiari. In assenza di un coinvolgimento attivo degli uomini, la trasformazione rimane incompleta.

La formazione degli operatori è un altro pilastro. Chi facilita i gruppi, chi ascolta le donne e chi promuove il cambiamento deve essere sostenuto da una supervisione costante, da un percorso formativo continuo e da strumenti psicologici che permettano di affrontare situazioni complesse. Senza operatori preparati, anche interventi ben progettati rischiano di perdere coerenza e intensità.

Interventi complementari: politiche, servizi e comunità
Il commento sottolinea inoltre che la prevenzione non può essere affidata solo al lavoro comunitario. Esistono politiche pubbliche che si sono dimostrate decisive nella riduzione della violenza domestica: la regolamentazione dell’alcol, per esempio, ha prodotto miglioramenti significativi in alcune regioni dell’India, riducendo sia gli episodi di violenza sia gli effetti sanitari del consumo problematico. Altre misure includono i programmi di sostegno economico alle famiglie vulnerabili, l’applicazione rigorosa delle leggi sulla protezione delle donne, i percorsi facilitati di accesso alla giustizia e l’educazione affettiva e relazionale nelle scuole. La prevenzione richiede quindi un ecosistema di interventi: comunità, istituzioni, servizi sanitari, sistemi educativi e politiche pubbliche devono lavorare insieme.

Verso programmi più efficaci
La lezione dello studio indiano è chiara: non basta la buona volontà, né un intervento ben intenzionato ma poco profondo. Gli interventi efficaci sono quelli co-progettati con le comunità, sensibili al contesto culturale, di lunga durata e capaci di integrare cambiamenti personali, relazionali e strutturali. Occorrono strumenti scientifici solidi, finanziamenti stabili e valutazioni che sappiano cogliere progressi lenti ma significativi. La prevenzione della violenza è possibile, ma richiede una trasformazione complessa che coinvolge l’intera società. L’esperienza di Mumbai diventa così un punto di partenza per immaginare programmi più coraggiosi, più profondi e più adatti a generare un cambiamento reale e duraturo.

Rachel Jewkes, Leane Ramsoomar.  Community interventions to prevent violence against women must follow best practice.  December 2025. https://www.thelancet.com/journals/langlo/article/PIIS2214-109X(25)00410-3/fulltext