2025/11/24.Screening dei bisogni sociali nelle cure primarie: perché oggi è un tema cruciale


Negli ultimi anni è diventato sempre più evidente quanto la salute sia il risultato di un intreccio complesso tra fattori biologici, psicologici e, soprattutto, sociali. Le persone non vivono nel vuoto: abitano contesti più o meno stabili, affrontano difficoltà economiche, linguistiche o abitative, e spesso si muovono in sistemi sanitari non sempre facili da comprendere. Queste condizioni – a volte invisibili nella pratica clinica – possono determinare in modo decisivo la capacità di accedere alle cure, di seguirle, e persino di percepirne l’utilità.

Una revisione recente ha raccolto le esperienze statunitensi dei programmi che hanno introdotto lo screening dei bisogni sociali negli ambulatori di cure primarie. È un approccio che sta crescendo perché permette di guardare la salute da una prospettiva più ampia, includendo ciò che oggi viene definito “determinante sociale”: il cibo disponibile, l’alloggio, il trasporto, l’alfabetizzazione sanitaria, il supporto familiare, la rete sociale.

Le cure primarie sono il primo ingresso nel sistema sanitario, il luogo dove si raccolgono informazioni vitali sul paziente e dove nasce, spesso, una relazione di fiducia. Integrare nei colloqui anche una valutazione delle difficoltà sociali non è soltanto un’estensione della visita, ma un cambiamento di mentalità: riconoscere che ciò che avviene fuori dallo studio medico condiziona profondamente ciò che avviene dentro.

Molti pazienti, pur volenterosi, non riescono a seguire le indicazioni perché vivono in condizioni di precarietà. Un diabetico che non ha accesso a cibo sano difficilmente avrà un buon controllo glicemico. Una persona senza mezzi di trasporto potrà perdere appuntamenti importanti. Una donna che conosce poco la lingua potrebbe non comprendere la complessità di un percorso di prevenzione.

La revisione mostra che questi ostacoli non sono episodici ma strutturali, e che lo screening rappresenta un modo sistematico per intercettarli.

Negli Stati Uniti lo screening dei bisogni sociali ha iniziato a diffondersi quando le strutture sanitarie hanno compreso l’importanza di rivolgersi non solo alla malattia ma alla persona nel suo insieme. Ambulatori pubblici, cliniche universitarie e centri per popolazioni svantaggiate hanno introdotto strumenti standardizzati che permettono ai medici di chiedere, in modo semplice, se il paziente ha accesso a cibo sufficiente, se la casa è stabile, se riesce a raggiungere agevolmente il luogo di cura.

Molti Centri hanno poi creato collaborazioni con organizzazioni del territorio e introdotto figure dedicate all’accompagnamento dei pazienti. In questi contesti è emersa una figura centrale: il community health worker o navigator, spesso proveniente dallo stesso tessuto sociale del paziente, capace di comprenderne paure, abitudini e limiti linguistici.

Una delle scoperte più interessanti della revisione è che gli screening universali, offerti a tutti i pazienti senza distinzione, ottengono risultati modesti. Raggiungono solo una parte della popolazione, e spesso proprio le persone più vulnerabili – quelle che dovrebbero beneficiarne maggiormente – rimangono fuori.

Al contrario, quando i programmi sono rivolti a gruppi specifici, come migranti, persone con fragilità economiche o con malattie croniche, l’adesione aumenta nettamente. Ciò avviene perché il coinvolgimento richiede tempo, fiducia e linguaggio adatto. Non è sufficiente proporre un questionario: serve accompagnare la persona passo dopo passo.

La revisione mostra con chiarezza che i programmi più efficaci sono quelli in cui una figura di riferimento segue attivamente il paziente. Queste persone – che non sono medici né amministrativi – rappresentano il ponte tra raccomandazioni cliniche e vita reale. Aiutano a fissare appuntamenti, ricordano le visite, spiegano documenti complicati, orientano tra i Servizi sociali disponibili, e soprattutto rendono comprensibile ciò che spesso appare lontano.

In assenza di questo supporto, molte indicazioni rimangono teoria: il paziente le ascolta, talvolta le comprende, ma non riesce a metterle in pratica.

La revisione non fornisce risposte definitive sull’impatto clinico degli interventi, ma mostra alcuni segnali promettenti. In alcune popolazioni – per esempio persone con diabete o ipertensione – si osservano miglioramenti nei valori clinici. In altre, i risultati sono più incerti. È un dato che non sorprende: i determinanti sociali possono essere così profondi da richiedere tempi lunghi e sostegni continui.

Uno dei limiti della letteratura scientifica è la scarsa attenzione agli “outcome intermedi”: quei risultati che non sono ancora clinici, ma che indicano un cambiamento reale nel modo in cui una persona gestisce la propria salute. Parliamo, per esempio, di:

  • aumento dell’aderenza agli appuntamenti;
  • riduzione dei bisogni sociali non soddisfatti;
  • miglioramento dell’alfabetizzazione sanitaria;
  • partecipazione più attiva alle attività formative;
  • crescita della motivazione personale;
  • riduzione dell’isolamento sociale.

La revisione sottolinea che questi indicatori sono raramente misurati, e che questa mancanza limita la comprensione dell’efficacia dei programmi.

Un altro aspetto chiave riguarda il “dove” avvengono gli interventi. I programmi che si svolgono in luoghi familiari – Centri sociali, case di quartiere, spazi abitati quotidianamente – hanno maggiore successo. La vicinanza fisica ed emotiva aumenta la partecipazione, riduce l’ansia e favorisce relazioni più solide.

Le esperienze analizzate mostrano che non è necessario raggiungere migliaia di persone per fare la differenza. Programmi piccoli, continui, profondi, che lavorano su gruppi circoscritti e mantengono una relazione costante nel tempo, sembrano avere l’impatto più solido.
La prevenzione, nelle popolazioni vulnerabili, non è mai un atto puntuale: è una presenza.

Lo screening dei bisogni sociali non è un dettaglio né un esercizio formale. È un nuovo tipo di attenzione che unisce medicina, comunità e vita quotidiana. È riconoscere che una persona non può prendersi cura della propria salute se prima non ha la possibilità di vivere in condizioni minime di stabilità.

La revisione ci mostra che i programmi funzionano quando sono mirati, quando si basano sulla relazione umana, quando misurano anche i piccoli passi e quando scelgono come casa i luoghi di vita.

Ed è proprio su questa linea che operano realtà come ASPIC, che da anni integra la valutazione dei bisogni sociali, l’accompagnamento da parte di educatrici pari, la presenza nei luoghi della comunità e il dialogo continuo con le persone. Le evidenze scientifiche confermano che questo approccio è non solo sensibile, ma anche efficace: la salute cresce laddove cresce la comunità.

Eva Chang et al. Implementation of Social Needs Screening and lntervention in Primary Care A Systematic Review of Program-Level Determinants. Ann Intern Med. 2025 Nov 11. DOI: 10.7326/ANNALS-25-00308

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