2025/09/17 Migrazione e salute: verso una copertura sanitaria universale senza confini


Oggi, nel mondo, una persona su otto è in movimento. Non parliamo solo dei migranti che attraversano frontiere internazionali per lavorare o ricongiungersi con la famiglia, ma anche di chi si sposta all’interno del proprio Paese per cercare sicurezza o opportunità migliori. Secondo le stime più recenti, sono oltre un miliardo le persone coinvolte in questi spostamenti: circa 304 milioni di migranti internazionali e 763 milioni di migranti interni. All’interno di questi gruppi troviamo 122 milioni di sfollati forzati, costretti a lasciare la propria casa a causa di guerre, persecuzioni, violenze o disastri ambientali.

Le cause della mobilità umana sono molteplici: conflitti armati che si protraggono per anni, crisi economiche, disuguaglianze sociali, instabilità politica, ma anche il cambiamento climatico, che attraverso eventi estremi, scarsità di risorse e innalzamento del livello dei mari spinge intere comunità a spostarsi. Sempre più spesso questi movimenti non sono temporanei: per molti non è possibile tornare a casa, e l’esilio diventa una condizione di lungo periodo.

La migrazione è, di per sé, un determinante di salute. Le condizioni di partenza, il viaggio e la permanenza nei Paesi ospitanti possono influire profondamente sul benessere fisico e mentale delle persone.
Molti migranti partono già in condizioni di salute precarie: mancanza di cure preventive, malattie croniche non diagnosticate, traumi fisici o psicologici. Il viaggio, spesso lungo e rischioso, espone a malnutrizione, malattie infettive, violenze fisiche e abusi psicologici.

All’arrivo, l’accesso ai Servizi Sanitari è spesso ostacolato da barriere legali, linguistiche, culturali ed economiche. Non sono rari i casi in cui le cure sono limitate alle sole emergenze, escludendo la prevenzione e la gestione delle malattie croniche. Chi non ha documenti teme di essere segnalato alle autorità e rinuncia a farsi curare, con rischi non solo per sé ma anche per la salute pubblica.

Le conseguenze sono gravi: diagnosi tardive di malattie infettive (come tubercolosi o HIV), peggioramento di malattie croniche (diabete, ipertensione, cancro), alti livelli di disturbi psichici come ansia, depressione o disturbo post-traumatico da stress. La pandemia di COVID-19 ha messo in luce queste fragilità: in molti Paesi i migranti hanno avuto un accesso tardivo ai vaccini e, anche quando disponibili, la copertura è rimasta inferiore rispetto alla popolazione locale, per mancanza di fiducia, informazioni chiare e servizi accessibili.

La Copertura Sanitaria Universale (UHC) è il principio secondo cui ogni persona, indipendentemente dalla condizione economica o sociale, deve avere accesso a servizi sanitari di qualità senza rischiare difficoltà finanziarie.
In teoria, dovrebbe includere tutti. In pratica, per migranti e rifugiati spesso non è così. Le politiche sanitarie nazionali tendono a concentrare le risorse sui cittadini, e le restrizioni legali finiscono per escludere chi non ha residenza o documenti.

Gli aiuti internazionali – che dovrebbero garantire un sostegno ai Paesi che ospitano grandi numeri di migranti – sono insufficienti e mal distribuiti. Solo una piccola parte viene destinata alla salute, e spesso per interventi di emergenza piuttosto che per rafforzare in modo duraturo i sistemi sanitari locali. Inoltre, pochi donatori finanziano la maggior parte degli interventi, rendendo il sistema vulnerabile ai tagli di bilancio.

Eppure, alcuni esempi virtuosi dimostrano che un approccio inclusivo è possibile.

  • Uganda: i rifugiati hanno diritto agli stessi Servizi Sanitari dei cittadini, e il governo sta progressivamente integrando le strutture gestite dalle ONG nel sistema pubblico.
  • Iran: i rifugiati registrati possono accedere all’assicurazione sanitaria nazionale e anche i migranti senza documenti ricevono cure primarie gratuite.
  • Thailandia: offre assicurazione sanitaria ai lavoratori migranti, compresi quelli irregolari.

Questi modelli hanno portato benefici tangibili, come una maggiore copertura vaccinale, la riduzione della mortalità materna e il rafforzamento delle infrastrutture sanitarie. Tuttavia, restano barriere: costi di iscrizione, esclusione di alcune categorie, difficoltà burocratiche.

Gli autori propongono di ripensare la copertura sanitaria universale in chiave cosmopolita, cioè basata sull’idea che la salute sia un diritto condiviso e una responsabilità collettiva a livello globale. In questa visione, ciò che conta non è il passaporto, ma il bisogno di salute.

Quattro i pilastri di questa proposta:

  1. Solidarietà globale: un fondo sovranazionale alimentato da contributi proporzionati alle risorse di ciascun Paese, distribuito in base ai bisogni reali e garantendo un pacchetto essenziale di servizi a tutti i migranti.
  2. Reti sanitarie integrate: cooperazione tra Stati per assicurare continuità delle cure anche a chi si sposta oltre confine.
  3. Accesso universale per legge: norme comuni che garantiscano copertura sanitaria indipendentemente dallo status giuridico.
  4. Investimenti a lungo termine: rafforzamento delle infrastrutture, prevenzione, salute mentale e interventi sulle cause strutturali della vulnerabilità.

La proposta include anche nuove fonti di finanziamento: tasse globali sulle multinazionali e fondi per l’adattamento climatico, dato che il cambiamento climatico è ormai una delle principali cause di migrazione.

Migrazione e spostamenti forzati non sono emergenze temporanee, ma fenomeni strutturali del nostro secolo. In un mondo segnato da conflitti, crisi ambientali e disuguaglianze, chiunque potrebbe un giorno diventare migrante.

Garantire una copertura sanitaria universale senza confini significa proteggere tutti, oggi e domani. È una sfida complessa, soprattutto in un’epoca di nazionalismi e tagli agli aiuti internazionali, ma è anche una straordinaria opportunità per rafforzare la cooperazione globale.

Come ricordano gli autori dell’articolo:

“La salute di una persona è intrinsecamente connessa a quella di tutti.”

Pensare in termini globali, e agire di conseguenza, è l’unico modo per costruire un futuro in cui la salute sia davvero un diritto universale.

Santino Severoni et al. Universal health coverage in the context of migration and displacement: a cosmopolitan perspective. Lancet Public Health 2025; June 16, 2025. https://doi.org/10.1016/S2468-2667(25)00117-3. https://www.thelancet.com/journals/lanpub/article/PIIS2468-2667(25)00117-3/fulltext

Immagine da: https.www.freepik.com