Oggi, nel mondo, una persona su otto è in movimento. Non parliamo solo dei migranti che attraversano frontiere internazionali per lavorare o ricongiungersi con la famiglia, ma anche di chi si sposta all’interno del proprio Paese per cercare sicurezza o opportunità migliori. Secondo le stime più recenti, sono oltre un miliardo le persone coinvolte in questi spostamenti: circa 304 milioni di migranti internazionali e 763 milioni di migranti interni. All’interno di questi gruppi troviamo 122 milioni di sfollati forzati, costretti a lasciare la propria casa a causa di guerre, persecuzioni, violenze o disastri ambientali.
Le cause della mobilità umana sono molteplici: conflitti armati che si protraggono per anni, crisi economiche, disuguaglianze sociali, instabilità politica, ma anche il cambiamento climatico, che attraverso eventi estremi, scarsità di risorse e innalzamento del livello dei mari spinge intere comunità a spostarsi. Sempre più spesso questi movimenti non sono temporanei: per molti non è possibile tornare a casa, e l’esilio diventa una condizione di lungo periodo.
Salute a rischio lungo il percorso
La migrazione è, di per sé, un determinante di salute. Le condizioni di partenza, il viaggio e la permanenza nei Paesi ospitanti possono influire profondamente sul benessere fisico e mentale delle persone.
Molti migranti partono già in condizioni di salute precarie: mancanza di cure preventive, malattie croniche non diagnosticate, traumi fisici o psicologici. Il viaggio, spesso lungo e rischioso, espone a malnutrizione, malattie infettive, violenze fisiche e abusi psicologici.
All’arrivo, l’accesso ai Servizi Sanitari è spesso ostacolato da barriere legali, linguistiche, culturali ed economiche. Non sono rari i casi in cui le cure sono limitate alle sole emergenze, escludendo la prevenzione e la gestione delle malattie croniche. Chi non ha documenti teme di essere segnalato alle autorità e rinuncia a farsi curare, con rischi non solo per sé ma anche per la salute pubblica.
Le conseguenze sono gravi: diagnosi tardive di malattie infettive (come tubercolosi o HIV), peggioramento di malattie croniche (diabete, ipertensione, cancro), alti livelli di disturbi psichici come ansia, depressione o disturbo post-traumatico da stress. La pandemia di COVID-19 ha messo in luce queste fragilità: in molti Paesi i migranti hanno avuto un accesso tardivo ai vaccini e, anche quando disponibili, la copertura è rimasta inferiore rispetto alla popolazione locale, per mancanza di fiducia, informazioni chiare e servizi accessibili.
L’idea di copertura sanitaria universale
La Copertura Sanitaria Universale (UHC) è il principio secondo cui ogni persona, indipendentemente dalla condizione economica o sociale, deve avere accesso a servizi sanitari di qualità senza rischiare difficoltà finanziarie.
In teoria, dovrebbe includere tutti. In pratica, per migranti e rifugiati spesso non è così. Le politiche sanitarie nazionali tendono a concentrare le risorse sui cittadini, e le restrizioni legali finiscono per escludere chi non ha residenza o documenti.
Gli aiuti internazionali – che dovrebbero garantire un sostegno ai Paesi che ospitano grandi numeri di migranti – sono insufficienti e mal distribuiti. Solo una piccola parte viene destinata alla salute, e spesso per interventi di emergenza piuttosto che per rafforzare in modo duraturo i sistemi sanitari locali. Inoltre, pochi donatori finanziano la maggior parte degli interventi, rendendo il sistema vulnerabile ai tagli di bilancio.
Eppure, alcuni esempi virtuosi dimostrano che un approccio inclusivo è possibile.
- Uganda: i rifugiati hanno diritto agli stessi Servizi Sanitari dei cittadini, e il governo sta progressivamente integrando le strutture gestite dalle ONG nel sistema pubblico.
- Iran: i rifugiati registrati possono accedere all’assicurazione sanitaria nazionale e anche i migranti senza documenti ricevono cure primarie gratuite.
- Thailandia: offre assicurazione sanitaria ai lavoratori migranti, compresi quelli irregolari.
Questi modelli hanno portato benefici tangibili, come una maggiore copertura vaccinale, la riduzione della mortalità materna e il rafforzamento delle infrastrutture sanitarie. Tuttavia, restano barriere: costi di iscrizione, esclusione di alcune categorie, difficoltà burocratiche.
Una nuova prospettiva: la salute senza confini
Gli autori propongono di ripensare la copertura sanitaria universale in chiave cosmopolita, cioè basata sull’idea che la salute sia un diritto condiviso e una responsabilità collettiva a livello globale. In questa visione, ciò che conta non è il passaporto, ma il bisogno di salute.
Quattro i pilastri di questa proposta:
- Solidarietà globale: un fondo sovranazionale alimentato da contributi proporzionati alle risorse di ciascun Paese, distribuito in base ai bisogni reali e garantendo un pacchetto essenziale di servizi a tutti i migranti.
- Reti sanitarie integrate: cooperazione tra Stati per assicurare continuità delle cure anche a chi si sposta oltre confine.
- Accesso universale per legge: norme comuni che garantiscano copertura sanitaria indipendentemente dallo status giuridico.
- Investimenti a lungo termine: rafforzamento delle infrastrutture, prevenzione, salute mentale e interventi sulle cause strutturali della vulnerabilità.
La proposta include anche nuove fonti di finanziamento: tasse globali sulle multinazionali e fondi per l’adattamento climatico, dato che il cambiamento climatico è ormai una delle principali cause di migrazione.
Guardare al futuro
Migrazione e spostamenti forzati non sono emergenze temporanee, ma fenomeni strutturali del nostro secolo. In un mondo segnato da conflitti, crisi ambientali e disuguaglianze, chiunque potrebbe un giorno diventare migrante.
Garantire una copertura sanitaria universale senza confini significa proteggere tutti, oggi e domani. È una sfida complessa, soprattutto in un’epoca di nazionalismi e tagli agli aiuti internazionali, ma è anche una straordinaria opportunità per rafforzare la cooperazione globale.
Come ricordano gli autori dell’articolo:
“La salute di una persona è intrinsecamente connessa a quella di tutti.”
Pensare in termini globali, e agire di conseguenza, è l’unico modo per costruire un futuro in cui la salute sia davvero un diritto universale.
Riferimenti
Santino Severoni et al. Universal health coverage in the context of migration and displacement: a cosmopolitan perspective. Lancet Public Health 2025; June 16, 2025. https://doi.org/10.1016/S2468-2667(25)00117-3. https://www.thelancet.com/journals/lanpub/article/PIIS2468-2667(25)00117-3/fulltext
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